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Fitting In: How Important is Cultural Fit?

Lynda Spiegel

Founder, Rising Star Resumes

Earlier this year, Sally Fields starred in a movie called Hello, My Name is Doris as a wacky 60-something clerk working in a hip company run by millennials. Leaving aside the film's focus on Doris's unrequited crush on a younger colleague, the film provided ample evidence of the disconnect when baby boomers work among younger (read: more hip) employees.

Sight gags abound: Doris unable to keep her balance on the mandated switch from office chair to stability ball; Doris learning how to use the Internet (gasp!) from her friend's granddaughter. You get the picture. As much as it made this baby boomer cringe, this film, like DeNiro's The Internwent over the top in portraying how cool the young folks discovered their older colleagues can be. Talk about condescending.

I reference movies frequently, but that's because they reflect our cultural zeitgeist, whether or not we want to admit it. And what I suspect most HR people and managers throughout the organizations don't want to admit is a level of condescension towards employees who are outside the mean with respect to age, political leaning or educational levels.

My work as a job search coach and resume writer provides no end of anecdotal evidence that a lack of workplace diversity exists in America. Sure, we strive (rightly so) for diversity within ethnicity, race, religion and sexual orientation, but otherwise? Not from where I'm sitting.

Tales from the trenches include Tom, whose career in global supply chain management in the medical devices industry has won his employers significant revenue growth and cost savings. Self-employed for the past 3 years, he's now looking for a job, but is worried about being middle-aged and not having completed a college degree. Quantifiable achievements will likely make the lack of degree less relevant, but his age is proving to be a factor.

Consider Annette, who is staunchly conservative in her political views, which might make her a cultural fit for many red state-based companies, but she lives in largely liberal Boston. While it is generally wise to refrain from political debate in the workplace because you can be disciplined or fired, employers tend to avoid hiring people whose world view clashes with that of the majority.

And then there are people whose priorities are different. I nearly got rejected for a job where I wound up working happily for 11 years because I was a 47-year old suburban mom and the people who I interviewed with were mostly in their late 20s. At 47, it wasn't age that thwarted my appeal; it was that I was going to be walking out the door in time to have family dinner, not hitting the local pub to shoot pool and down a few beers.

What's the danger here? It's a question of whether everyone in a company needs to be a "cultural fit." In a Harvard Business Review article, Katie Bouton argues that "Culture fit is the glue that holds an organization together," making it a key trait to identify when hiring. She cites a Society for Human Resource Management (SHRM) study noting that the turnover caused by poor fit can cost an organization between 50 and 60 percent of the person's annual salary.

Data doesn't lie, but perhaps we need to rethink what we mean when we talk about cultural fit. Maybe it's less about "You're just like the rest of us!" and rather, "You share our corporatevalues!" Bouton recognizes this, and advocates for companies to define their organizational values, whether they be collaboration, entrepreneurial mindsets or fierce independence.

But the danger, I believe, is in seeking common corporate values based on other, more personally held values. An organization's values should be unifying, not dividing. In other words, millennials and baby boomers may think differently about many issues, but they can agree that providing stellar customer service is a mutual goal. Conservatives and liberals can unite over whether or not they are comfortable working for a tobacco company. Joining the crowd after hours to socialize isn't an issue if parents and non-parents share a passion for writing the most bug-proof code.

If your organization has these values, they can transcend those closely held personal convictions, and create a culture where everyone belongs.

Photo: Twenty20

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Futuro del lavoro ed employability: il ruolo della Direzione HR

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Futuro del lavoro ed employability: il ruolo della Direzione HR

Il report creato dal Politecnico di Milano – Osservatorio HR Innovation Practice in collaborazione con Cornerstone OnDemand analizza: la percezione dei lavoratori in merito al futuro del lavoro le azioni intraprese dalla Direzione HR nel garantire l’employability delle proprie persone la diffusione di cultura e competenze digitali le caratteristiche chiave della formazione del futuro

Il successo di un’azienda passa anche dal benessere delle persone.

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Il successo di un’azienda passa anche dal benessere delle persone.

Secondo l’OMS, un “luogo di lavoro sano è quello in cui lavoratori e dirigenti, sulla base dei bisogni evidenziati, collaborano attivamente nell’ambito di un processo di continuo miglioramento per tutelare e promuovere la salute, la sicurezza e il benessere di tutti i lavoratori nonché la sostenibilità dell’azienda”. Ciò detto, soltanto il 9% dei lavoratori italiani dichiara di “stare bene” dal punto di vista fisico, sociale ed emotivo sul luogo di lavoro. Questo è quanto emerge dalla Ricerca 2022 dell'Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano (https://www.osservatori.net/it/ricerche/osservatori-attivi/hr-innovation-practice). In particolare, il fronte più critico è quello psicologico, per il quale l’impatto più forte è dato dalla cosiddetta “work intensification”, ossia la sensazione di essere sempre di fretta e in corsa contro il tempo. Non mancano, poi, gli episodi di ansia e/o stress per motivi legati al lavoro e, infatti, ben quattro persone su dieci dichiarano almeno un’assenza dal lavoro nell’ultimo anno per malessere emotivo. Queste preoccupazioni si riflettono anche sullo stato fisico, con difficoltà a riposare bene e frequenti episodi di insonnia (55%). Aspetto meno critico è invece la percezione di isolamento sociale rispetto ai colleghi, un elemento su cui negli ultimi 2 anni molte organizzazioni hanno attivato iniziative per non perdere il contatto con i lavoratori, spesso a distanza, e l’identità aziendale. In generale, i fattori che maggiormente causano stress sono i ritmi e il carico di lavoro, la difficoltà a conciliare le attività lavorative con le esigenze personali e le relazioni conflittuali con colleghi e responsabili. Creare un ambiente di lavoro positivo che supporti il ​​benessere dei dipendenti dovrebbe essere tra le priorità di ogni leader aziendale, anche perché il nesso tra benessere delle persone sul posto di lavoro e performance individuali e risultati aziendali è ampiamente documentato. Luoghi di lavoro “sani” portano a una maggiore motivazione e produttività, margini di profitto più elevati e a una maggiore fidelizzazione da parte dei dipendenti. Cosa fare, dunque, per migliorare il benessere dei dipendenti sul posto di lavoro? Ecco alcuni semplici (ma molto efficaci) suggerimenti. Offrire programmi strutturati di assistenza per i dipendenti (Employee Assistance Program, EAP) per fornire loro supporto in caso si trovino a dover affrontare problematiche di varia natura, inclusi ovviamente problemi sul posto di lavoro che possono essere la causa di ansia, stress o depressione. Aiutare i dipendenti a sviluppare la propria carriera e raggiungere i propri obiettivi nel lungo termine. È un modo fondamentale per incoraggiare il benessere dei propri collaboratori e fare in modo che si sentano soddisfatti del proprio lavoro. Nella maggior parte dei casi, il motivo principale per cui i dipendenti non investono nella formazione e nello sviluppo è la mancanza di tempo. Ed è qui che devono intervenire i manager per consentire ai propri talenti di dedicare tempo sufficiente alla formazione e allo sviluppo. Promuovere programmi di welfare e benefit aziendali per il benessere.L’attenzione alla salute, al benessere e in generale alla qualità della vita dei propri collaboratori è un fattore sempre più determinante. Per questa ragione oggi i programmi di welfare sono uno strumento davvero efficace a disposizione delle aziende per supportare l’equilibrio tra vita lavorativa e privata. Promuovere questi programmi significa contribuire a un generale miglioramento del benessere delle persone in azienda con conseguente aumento della motivazione e delle performance. Incoraggiare pause reali. Ahimè è uno spettacolo fin troppo comune quello di persone sedute alle loro scrivanie durante la pausa pranzo, che mangiano con una mano e digitano sulla tastiera con l'altra. Le pause reali e regolari sono fondamentali per il benessere ed è, quindi, molto importante incoraggiare i dipendenti a consumare il pranzo lontano dalla scrivania e a fare diverse pause nel corso della giornata. Creare un ambiente di lavoro confortevole. L’ambiente che ci circonda influisce notevolmente sul nostro benessere, ecco perché creare un ambiente di lavoro piacevole e confortevole influenzerà positivamente la salute fisica e mentale dei propri collaboratori. Scrivanie sit-stand, sedute ergonomiche e spazi benessere o dedicati alla socialità sono solo alcuni dei modi in cui è possibile migliorare l'ambiente di lavoro. Riconoscere il lavoro delle persone. Riconoscere e premiare i dipendenti per il loro lavoro può aumentare la fiducia e far sentire le persone apprezzate per il contributo che stanno portando in azienda. Che si tratti di un semplice "grazie" o di un riconoscimento per il completamento di un progetto, tanti sono i modi per dimostrare apprezzamento per il lavoro dei propri collaboratori e dare loro una spinta motivazionale in più. Incoraggiare i collaboratori a prendersi cura del proprio benessere. La creazione di una cultura che parli di salute e benessere e supporti i dipendenti nell'adozione di misure per migliorare se stessi incoraggerà il personale a dare priorità al proprio benessere. Ovviamente il work-life balance ne è una parte essenziale. Limitare gli straordinari, disattivare le notifiche nei fine settimana e la sera e incoraggiare periodi di vacanza nel corso dell’anno sono solo alcuni esempi di com’è possibile contribuire a mantenere un sano equilibrio all’interno dei team di lavoro. Ma il modo migliore è sempre il lead by example: se il manager conclude la propria giornata lavorativa alle 17:00, è più probabile che lo faranno anche i suoi collaboratori.

Donne e lavoro: con la pandemia aumenta il divario di genere. Come invertire la rotta?

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Donne e lavoro: con la pandemia aumenta il divario di genere. Come invertire la rotta?

Durante la pandemia, il peso della cura familiare e il venir meno delle reti di sostegno hanno portato a un peggioramento del già delicato work-life balance. E oggi a pagarne il prezzo più alto sono le donne, non solo in Italia Si chiama She-cession, recessione al femminile: è questo il termine coniato dalla stampa anglosassone per indicare le conseguenze negative della crisi economica da Covid-19, soprattutto sulle donne lavoratrici. In questi due anni di pandemia sono loro che hanno dovuto raddoppiare gli sforzi e scegliere tra lavoro e famiglia. Non si tratta, però, di una dinamica solo italiana, ma di una questione globale: nonostante le donne siano il 39% della forza lavoro nel mondo, esse rappresentano il 54% dei posti di lavoro persi. In Italia l’aumento delle disuguaglianze di genere sull’occupazione – disuguaglianza strutturale, visto che il tasso di occupati è oggi del 67,8% per gli uomini e del 49,5% per le donne – è certificato ormai ripetutamente dall’Istat, che ha registrato crescita zero per l’occupazione femminilea lo scorso ottobre 2021 (rispetto a settembre). Nell'anno dello scoppio della pandemia, il 2020, il tasso di disoccupazione femminile è sceso al 49%, dopo che nel 2019 aveva superato per la prima volta la soglia del 50% - mentre il divario rispetto a quello maschile è salito a 18,2 punti percentuali (contro il 17,9% del 2019). E soprattutto cala dopo sette anni di incrementi (nel 2013 si attestava al 46,5%). Penalizzate soprattutto le donne con figli e le lavoratrici part-time (per oltre il 60% di queste ultime, la riduzione dell'orario non è una scelta, e qui parliamo di quasi 2 milioni di lavoratrici). Rallenta anche la crescita delle imprese femminili, dopo un aumento costante dal 2014. Pochi progressi anche sul fronte dirigenziale: nel 2020 non vi è traccia di alcuna donna amministratore delegato nelle grandi aziende quotate nella Borsa italiana. Questi dati sconfortanti sono emersi dal Bilancio di genere 2021 (riferito all’anno 2020), presentato in Parlamento dalla sottosegretaria al Mef, Maria Cecilia Guerra. Come ha sottolineato la sottosegretaria Guerra, rispetto alle crisi precedenti, l'impatto di quella pandemica è stato particolarmente negativo sulle donne: si è tradotto non solo in una significativa perdita di posti di lavoro in settori dominati dalla presenza femminile, come il commercio e il turismo, ma anche in condizioni di lavoro peggiori, in una accresciuta fragilità economica e in un conflitto vita-lavoro ancora più aspro del passato. Come invertire la rotta? L’opportunità nascosta della She-cession La perdita di milioni di posti di lavoro tra le donne a causa della crisi Covid potrebbe, però, trasformarsi in un'opportunità e diventare l’occasione per avviare una nuova e necessaria fase di rilancio, attingendo dal ricco bacino della popolazione femminile, come ci ha spiegato qualche tempo fa Odile Robotti, fondatrice e CEO di Learning Edge, nel corso di un suo webinar. Secondo Odile, le aziende devono mettere in campo una strategia per intercettare i talenti femminili “dispersi” e sfruttarne il grande potenziale. Come? Ecco alcuni semplici suggerimenti: Apprezzare e riconoscere esplicitamente il talento e la professionalità delle donne sul posto di lavoro Avviare processi di selezione del personale scevri da ogni pregiudizio di genere - e in questo la tecnologia e i software per il recruiting possono dare un grande contributo Curare l’onboarding con percorsi di formazione ad hoc - inclusi re-skilling e mentorship - anche grazie all’aiuto di strumenti e tecnologie appositamente sviluppate Valorizzare la maternità, non solo trattenendo le donne divenute madri, ma anche facilitandone il reinserimento nel mondo del lavoro Aiutare le donne a raggiungere il pieno potenziale, supportandole soprattutto nelle fasi di rientro a lavoro dopo un'assenza prolungat Assicurarsi che i dipartimenti HR garantiscano la parità di genere e promuovano la gender diversity all’interno della realtà aziendale.

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